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15 Febbraio 2026
In questi giorni molti giornali e molti “social media” hanno messo in evidenza l’annuncio della scelta di don Alberto Ravagnani di essere sospeso dal ministero presbiterale, cioè di non “fare più il prete” (perché comunque preti lo si “è” per sempre pur non esercitando il ministero ordinariamen-te). Il giovane (ex) prete della nostra Diocesi è diventato famoso per aver deciso, dopo la pandemia, di gettarsi nell’arena dei social media per “evangelizzare” soprattutto il mondo giovanile, essendo ormai questo il “luogo” più abitato dai giovani e quindi nel quale sono più facilmente raggiungibili rispetto ad altri ambiti (soprattutto ecclesiali). Ha scritto diversi libri che hanno riscosso successo tra i giovani aiutandoli a farsi domande profonde e serie. È così diventato un “inflluencer”, che però non si è limitato al mondo virtuale. Nelle sue parrocchie ha promosso incontri di preghiera “in presenza”, soprattutto l’adorazione eucaristica in cui erano presenti molti giovani in preghera; ha promosso occasioni di vita fraterna e di sana convivialità, parlando di Gesù.
La comunicazione della sua scelta di “lasciare il sacerdozio” è stata molto spettacolarizzata e narrata in un libro, forse suscitando un po’ di fastidio, ma quando si entra nel mondo dello “spettacolo” si deve stare alle sue regole.
Personalmente ho sofferto per questa scelta (come per molti preti, anche “compagni di classe”, che hanno lasciato il ministero) che mi interroga sul mio essere prete. E credo che sia importante pregare per lui nella sua ricerca della volontà di Dio. Riprendo solo uno dei vari motivi che ha addotto per la sua scelta: la difficoltà di celebrare una liturgia che i giovani faticano a comprendere. Ciò è vero. Il documento finale del Sinodo dei vescovi sui giovani (2018), infatti, parla – in positivo – del «desiderio di una liturgia viva. In diversi contesti i giovani cattolici chiedono proposte di preghiera e momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana, in una liturgia fresca, autentica e gioiosa» (n. 51). Anche la nostra Comunità si sta interrogando sulla spiritualità e liturgia, con lo stesso desiderio, e si stanno valutando ipotesi per vivere meglio soprattutto la liturgia eucaristica da parte di tutti. E se ci sono fatiche (che non ritengo però tali da decidere di non celebrare più), insieme le si affrontano. Ringrazio il Signore perché nella nostra Comunità le celebrazioni, la maggior parte delle volte, sono curate a facilitano la partecipazione del popolo di Dio e il mio presiederle. A chi si impegna in ciò deve andare il nostro “grazie”!