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24 Novembre 2013
Il cristiano si prende cura del mondo.
È uno dei richiami contenuti nella lettera pastorale del nostro Arcivescovo, ed è un invito che insistentemente ci giunge anche da Papa Francesco.
Certamente il mondo di cui dobbiamo prenderci cura sono gli uomini e le donne che condividono con noi il cammino della storia, ma gli eventi a cui assistiamo in questi giorni ci dicono che il mondo di cui ci dobbiamo prendere cura è anche la creazione, dono di Dio all'uomo. Il ciclone delle Filippine, il ciclone in Sardegna, la terra dei fuochi avvelenata dai rifiuti tossici, i dissesti geologici e quant'altro ci parlano non solo di una natura ribelle e capricciosa, ma di una terra violata, e proprio perché violata capace di diventare nemica dell'uomo. Di fronte a questi fatti ci sembra di assistere visibilmente agli eventi della "fine del mondo" descritti nel libro dell'Apocalisse, eventi che però portano impresso dentro di sé il "mistero dell'iniquità", il segno del peccato, della ribellione dell'uomo al progetto di Dio anche sulla creazione.
Sì, perché in tutte queste situazioni la creazione non è più il campo di Dio da coltivare e da rendere sempre più bello con la fantasia e la creatività umana, ma è un corpo di cui si abusa, senza neppure troppi scrupoli. I solchi prodotti nel campo della creazione non sono i segni dell'ingegno umano che permette al mondo di essere migliore, ma sono le ferite che l'uomo reca alla terra. Per che cosa? Alla fine dobbiamo riconoscere che il motivo è uno solo: per soldi, per guadagnare di più, perché si vuole speculare, e tutto ciò a discapito di una condizione di vita che sia autenticamente umana.
Aver cura del mondo, perciò, significa avere cura anche del creato.
Per un cristiano non è solo un dovere, ma è anche un
impegno religioso. È la custodia di quel dono che Dio ha consegnato all'uomo, perché
l'uomo nel creato possa ritrovare l'impronta stessa di Dio, e perché questo
mondo possa assomigliare sempre più a quei cieli nuovi e a quella terra nuova
che come cristiani attendiamo e invochiamo, soprattutto in questo tempo di
avvento.
Che impronta troveranno nel mondo che consegneremo alle nuove generazioni?
Sarà l'impronta di Dio che vuole “dialogare con l’uomo” nel giardino della
creazione, o sarà l'impronta di un uomo che anche nella creazione si è posto
contro Dio e contro le leggi che Dio ha scritto nella natura?