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16 Maggio 2021
Abbiamo iniziato la “novena di
Pentecoste” che ci aiuta, nella preghiera, a prepararci a ricevere il dono
dello Spirito santo nel giorno di Pentecoste. Di per sé questo dono è da
invocare ogni giorno e ci viene elargito principalmente in ogni eucaristia. La
novena e la solennità di Pentecoste hanno lo scopo di richiamarci ed educarci a
quella ordinaria invocazione dello Spirito santo. In questa novena giorno dopo
giorno deve crescere in noi il desiderio che la potenza dello Spirito ci
rinnovi interiormente, ci confermi nella fede, ci renda saldi nella speranza e
ci infiammi di carità. Soprattutto sento vivo il desiderio che lo Spirito ci
elargisca in abbondanza i suoi sette doni e in particolare quello
dell’intelletto. In una catechesi del mercoledì papa Francesco definiva così
questo dono: «È… la capacità di andare al di là dell’aspetto esterno della
realtà e scrutare le profondità del pensiero di Dio e del suo disegno di
salvezza». Come suggerisce la parola stessa dal latino, l’intelletto permette
di “intus legere”, cioè di “leggere dentro”: questo dono ci fa capire le
cose come le capisce Dio, con l’intelligenza di Dio. Perché uno può capire una
situazione con l’intelligenza umana, con prudenza. Ma capire una situazione in
profondità, come la capisce Dio, è l’effetto di questo dono. Nella situazione
che stiamo vivendo sia a livello di società che a livello di Chiesa, tra
incertezze e nostalgie, lo Spirito ci aiuti a “leggere dentro” la realtà e
capirla con l’intelligenza di Dio e non solo con quella umana. Ascoltando
ragionamenti e riflessioni di fedeli della nostra Comunità, a volte ho la
sensazione che non siamo del tutto consapevoli della realtà che ci circonda,
della realtà del vissuto delle nostre famiglie, della realtà della condizione
dei ragazzi, adolescenti e giovani. Una realtà che la pandemia ha messo a nudo
(e crudo) accelerando processi di secolarizzazione o portandoli alla luce (e
tuttavia qualcuno si ostina ancora a chiudere gli occhi). Che nelle nostre
famiglie (e intendo la vostra non quella degli altri) non si trasmetta più la
fede e uno stile di vita cristiano, che non si preghi più e non si sappia
pregare, che siamo diventati più individualisti ed egoisti, che la parola
“comunità” spesso rischi di essere un contenitore vuoto, è realtà che molti
fanno fatica a vedere e ad accettare. Ma constato maggiormente la fatica di
“leggere dentro”, di andare in profondità con gli occhi di Dio Egli ci chiede
di non lamentarcene inutilmente (anche per è la realtà che abbiamo costruito
noi). Dio ci chiede di non essere superficiali pensando di migliorare la realtà
appellandoci a parole come a formule magiche (oratorio, sacerdote, messa…). Se
lo Spirito santo è fuoco d’amore, se Dio per primo vede questa nostra realtà e
la ama per redimerla, forse dovremmo anche noi iniziare ad amare la nostra
realtà così come è, che ci piaccia o no, senza negarla, senza illuderci che sia
un’altra. Vieni Spirito santo!