La Parola del Parroco
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06 Dicembre 2020
Ascoltando un servizio al telegiornale, mi ha colpito la testimonianza di un operatore sanitario di una struttura ospedaliera. Riferiva del suo impegno a far parlare pazienti gravi malati di Covid-19 (e con poche speranze di sopravvivenza) con i parenti attraverso il cellulare. Testimoniava di assistere a dialoghi di riconciliazione, di scuse reciproche, di professioni di amore. Era impressionata dal fatto che in punto di morte si trovasse il coraggio di parlarsi e dire cose mai dette, di superare mutismi o rancori che impallidivano davanti all’ultima possibilità di dialogo. Ho conservato poi nella memoria la confidenza di un medico di reparto oncologico; mi parlava dei suoi confronti accesi con parenti che volevano impedire la sedazione del malato (scelta per alleviare i dolori) motivando che volevano avere la possibilità di parlare al morente e così dire cose importanti. La sua obiezione: c’è stata tutta una vita per parlarsi perché si aspetta l’ultimo momento, facendo tra l’altro soffrire il proprio caro?
Penso inoltre a situazioni dolorose e di sofferenza per la morte improvvisa di un proprio, senza avere il tempo di salutarsi, di parlarsi…
Viviamo in tempi in cui la precarietà della vita si è fatta molto più evidente e nello stesso tempo abbiamo a disposizione, anche forzatamente, la possibilità di parlarsi di più, soprattutto quando ci è impedito di incontrare i propri cari. Perché allora non iniziare a imparare qualcosa di buono da questa situazione difficile? Potrebbe essere l’occasione per imparare a dialogare di più, di cercare il confronto per chiarire ciò che è successo, per mediare nelle incomprensioni, per esprimere la volontà di pace e di rispetto. Potremmo anche abituarci a parlare delle cose serie della vita e non solo di ciò che utile, di ciò che è banale, di ciò che si dice tanto per parlare. Potremmo parlare della speranza cristiana che ci fa vivere la bellezza di essere figli di Dio, la gioia di avere un Padre che ha cura di noi e della nostra esistenza, anche oltre la morte. È vero: non siamo abituati a parlare della nostra fede; soprattutto tra famigliari c’è una sorta di pudore che trattiene dal fare confidenze, di esprimere ciò in cui si crede, di motivare scelte e comportamenti nati dalla fede. Ho l’impressione che a questa incapacità si abbini la mancanza di impegno a superare certi luoghi comuni, la superficialità di alcuni di discorsi, i pregiudizi che non ci mettono in ascolto (“tanto so già che cosa vuoi dirmi…”), il limitarsi alle “comunicazioni di servizio” (dettare la lista della spesa…).
Ecco mi auguro che si accenda nel cuore di tutti il desiderio di dialoghi fraterni, vissuti regolarmente, sapendo ascoltare e parlare, volendo anche andare in profondità per esprime ciò che è nel cuore. Senza aspettare l’ultima ora.