La Parola del Parroco
Home > La Parola del Parroco > La Parola del Parroco del 26 Aprile 2020
26 Aprile 2020
Viviamo anche questa domenica, la terza di Pasqua, durante la pandemia in atto e le necessarie restrizioni. Tale situazione che genera preoccupazione, sofferenza, problemi economici, resistenza al limite ormai (e un plauso va ai nostri bambini, ragazzi e adolescenti!), non deve però impedirci di vivere la gioia della Risurrezione di Gesù e di pregare Dio Padre. Belle le parole di una orazione della Liturgia odierna e che oggi pare più significativa: «Dio di misericordia, luce e conforto di chi crede in te, ravviva sempre più nella tua Chiesa i desideri che tu le hai suscitato nel cuore e, rivelando la sublimità delle tue promesse, rendi più certa la nostra speranza; così i tuoi figli potranno aspettare con fiduciosa pazienza il destino di gloria ancora nascosto, ma già contemplato senza ombra di dubbio dagli occhi della fede».
Si parla di desideri, di promesse, di speranza, di destino di gloria e di occhi della fede. La gloria che pare nascosta, ma non agli occhi della fede, è la manifestazione piena dell’amore di Dio che Gesù ci ha rivelato nella sua vita, morte e risurrezione. È l’amore che si fa vicino al prossimo bisognoso (e noi tutti siamo bisognosi di salvezza!) fino all’estremo del dono della vita che solo così diventa vita definitiva, eterna. È la vita del Risorto. È la vita dei figli di Dio Padre e dei fratelli e delle sorelle in Cristo. E questo è ciò che Dio ci promette e che noi dobbiamo desiderare. Mi chiedo infatti quale desiderio dobbiamo coltivare come Chiesa e come comunità in questo tempo di attesa? Attesa non solo che questa pandemia abbia fine, che inizi la “Fase 2”, ma attesa – come cristiani – che si manifesti la gloria di Dio che è l’amore. Che cosa quindi desiderare veramente? Ad essere sincero credo che non dobbiamo desiderare solo di poter tornare a celebrare le S. Messe assieme (anche perché con le prescrizioni imposte anche nella Fase 2 vedo molto complicata l’attuazione pratica). Prima di tutto dobbiamo desiderare di essere Chiesa e comunità cristiana che sta vicino alle persone bisognose che saranno ancora di più; alle persone fragili provate anche psicologicamente da questa situazione. Dobbiamo cioè desiderare di essere tutti “operatori Caritas” così da vincere la tentazione del passato di delegare ad alcuni questo servizio che è la nostra vera identità cristiana. So che molti lo stanno facendo anche nella semplicità di fare la spesa per il vicino di casa; tra vicini ci si aiuta. Come spesso ho detto, io credo molto nella forza del vicinato, pur consapevole che non è sempre facile andare d’accordo (e non è questa occasione di prova per riconciliarsi e iniziare una nuova fase?). Dobbiamo desiderare di vivere la prossimità all’insegna dalla carità. Dobbiamo desiderare di essere Chiesa che riparte (risorge?) dalle famiglie e dalla fraternità che esse possono generare.