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20 Maggio 2018
Da alcuni anni nella solennità di Pentecoste, che oggi celebriamo, la nostra Diocesi celebra anche la “Festa delle genti”. A Pentecoste infatti il dono dello Spirito santo – come raccontano gli Atti degli Apostoli - ha radunato tutti i popoli che, pur continuando a parlare lingue diverse, sono tornati a comprendersi in un linguaggio superiore. Lo Spirito infatti non appiattisce le differenze, ma le integra in armonia.
Per questo è nata l’idea di una festa per i migranti cattolici presenti nella nostra Diocesi e che sono invitati a vivere una giornata assieme, ciascuno portando le tradizioni (dai vestiti ai riti) del proprio paese di origine. Questa festa, a cui parteciperà anche l’arcivescovo Delpini e che si terrà a Milano nella chiesa di S. Stefano (dal 2015 chiesa è la “parrocchia” di tutti i migranti cattolici”), assume un significato particolare perché cade nell’anno del Sinodo minore “Chiesa dalle genti”. Come sappiamo l’obiettivo del Sinodo è proprio prendere coscienza di come, pur avendo radici saldamente ambrosiane, questa Chiesa sta diventando letteralmente “cattolica”, cioè universale, come per sua natura dev’essere. Se riuscirà davvero a farlo, potrà incarnare quella comunità alternativa di cui parlava il cardinale Martini. La Chiesa deve essere un laboratorio, capace di suggerire alla società che è possibile vivere nelle differenze ed elaborare progetti di convivenza.
La Festa delle genti ci aiuta a comprendere che il mondo non sta cambiando perché arrivano i migranti, ma i migranti stanno arrivando perché il mondo è cambiato. E che, a prescindere dai migranti, anche noi stiamo cambiando. Pensiamo alle nuove generazioni: non sono soltanto un po’ più evolute di noi, ma vivono in una dimensione completamente nuova, con la possibilità di comunicare alla velocità della luce. Il cristiano sa che lo Spirito guida la storia perché Dio ha un progetto sulla storia e questo è un appello di responsabilità. Il cristiano sa bene che non può leggere la realtà solo attraverso categorie sociali o economiche, ma deve decidere se, all’interno della storia, si pone come collaboratore o come oppositore del progetto di Dio.
Don Roberto