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Per vivere meglio la Celebrazione Eucaristica: le parole - 3
11 Marzo 2018
L’ultimo
intervento dell’assemblea nella preghiera eucaristica è l’amen conclusivo, una sorta di firma con cui i
fedeli sottoscrivono le parole che il sacerdote ha rivolto a Dio Padre, e un
sigillo, che marchia a fuoco la loro partecipazione al rito eucaristico
disponendoli a ricevere con fede la comunione.
Il termine, di
matrice ebraica, non fu tradotto né nel passaggio al greco e al latino, né in
quello alle diverse lingue volgari voluto dall’ultima riforma liturgica, ma si
mantenne sempre conforme all’originale, «non per nasconderne il
senso – scriveva Sant’Agostino – ma per evitare di
impoverirlo».
In
italiano amen può anche essere reso con l’espressione «così è / così sia», purché la si intenda come una
solenne professione di fede, al tempo stesso comunitaria e personale: «Crediamo
(credo) con tutta la mente, il cuore e le forze che così è e così sarà; abbiamo
(ho) la certezza che quello che è stato detto si compie qui adesso e continuerà
a compiersi in futuro; riconosciamo (riconosco) la piena verità del mistero che
le parole del sacerdote hanno annunciato».
L’amen, come acclamazione liturgica di un popolo di
credenti, è ben attestato nell’Antico Testamento, specialmente a conclusione
dei diversi libri che compongono il salterio, dopo la formula di benedizione: «Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre.
Amen. Amen» (Sal 41, 14); «Benedetto il Signore Dio
d’Israele: egli solo compie meraviglie. E benedetto il suo nome glorioso per
sempre: della sua gloria sia piena tutta la terra. Amen. Amen» (Sal
72, 18-19); «Benedetto il Signore in eterno. Amen. Amen» (Sal 89,
53); «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Tutto
il popolo dica “Amen”. Alleluia» (Sal 106, 48).
L’uso liturgico
dell’amen prosegue nel Nuovo Testamento, con alcune sue
specifiche caratteristiche: – Gesù, che è il «sì» della fedeltà di Dio all’uomo
e della fedeltà dell’uomo a Dio, è colui per mezzo del quale «sale a Dio il nostro amen» (2Cr 1, 20); – Gesù non è
solo il mediatore del nostro amen, ma è l’Amen in persona, il «Testimone degno di fede e
veritiero» (Ap 3, 14), colui che, essendo la Verità fatta carne (cf
Gv 14, 6), adempie per sempre le promesse del Padre; – a Gesù, «colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo
sangue», è rivolto, insieme al Padre, il nostro amen, che ne proclama «la gloria e la potenza nei
secoli dei secoli» (Ap 1, 6); – all’amen, che oggi sale
dalla terra al cielo (l’amen della
Chiesa in cammino nel tempo), corrisponderà l’amen di coloro
che «nei secoli dei secoli» staranno davanti «a Colui che siede sul trono e all’Agnello» per
tributare «lode, onore, gloria e potenza» senza fine (Ap 5, 14).
Ammaestrata
dalla Sacra Scrittura, la Chiesa ha voluto incrementare l’uso dell’amen da parte dei fedeli, affidando a questa
parola il compito di contrassegnare alcuni dei momenti più significativi della
liturgia cristiana, tra i quali spicca la preghiera eucaristica. Fin
dall’antichità infatti l’assemblea dei fedeli chiudeva la dossologia trinitaria
con cui terminava la preghiera eucaristica («Per Cristo, con Cristo e in
Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore
e gloria per tutti i secoli dei secoli») con il canto o la recita
dell’amen.
Di questo amen si possono mettere in luce diversi aspetti:
manifesta la dignità sacerdotale dei fedeli che, resi partecipi della
mediazione sacerdotale di Cristo e animati dallo Spirito Santo, glorificano Dio
Padre per il mistero santo dell’eucaristia; è un atto di fede nel sacramento
dell’eucaristia, per mezzo del quale possiamo accedere alla salvezza che Cristo
ha operato una volta per sempre sull’altare della croce; è un atto di
adorazione di Gesù Cristo, l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero che ci invita
alla comunione con lui per vivere di lui e della sua parola; è il preannuncio
della futura liturgia celeste, quando contempleremo eternamente il volto di Dio
e – come scriveva Sant’Agostino – «sarà con commozione ben
superiore e indicibile che potremo dire: amen».
La ricchezza
dei contenuti spirituali appena ricordati potrà essere colta più facilmente da
tutti i partecipanti al rito liturgico anche grazie al modo con cui
questo amen verrà eseguito. Prendendo a prestito
l’immagine usata da San Girolamo, esso dovrebbe risuonare al cuore della santa
messa come un «rombo di tuono» capace di scuotere l’edificio di culto. Ciò
potrà avvenire se tutta l’assemblea, stando in piedi e accompagnata
dall’organo, lo eseguirà in canto, ripetendo più volte l’amen della fede in un crescendo espressivo e
sonoro.